MaurizioVendramini
Betta splendens

di Maurizio Vendramini - Estratto dal Notiziario GAEM 01/1999

Tutti noi conosciamo questo simpatico pesciolino originario del Sud Est asiatico, dove vive nelle risaie o in altri tipi d'acqua stagnante e mai corrente.

Da quelle parti, dove esistono i maestri di selezione per specie di acquario, sono state create le varietà che oggi ospitiamo nelle nostre vasche; colori iridescenti e pinne lunghissime dei maschi, uniti ad una robustezza insolita (sopravvive per lunghissimi periodi anche in bocce) ne hanno fatto un ospite apprezzato e conosciutissimo. Forse, però, a molti sfugge che in natura questi pesci, e qui mi riferisco ai soggetti di sesso maschile notoriamente molto più appariscenti, non hanno né i colori né l’incomparabile bellezza delle lunghe pinne; assomigliano molto più alle femmine che tutti i giorni possiamo trovare nei negozi specializzati. Mi sapreste dire come farebbe un povero maschio selvatico a fuggire gli innumerevoli predatori acquatici con quel ventaglio che si ritrova? Sarebbe per lui impossibile...
A fianco delle varietà prettamente ornamentali, ne esistono altre allevate laggiù che, invece, servono a scopi ben più meschini e illegali (almeno in Europa): le varietà da combattimento, con pinne cortissime e corporatura massiccia.
Ma torniamo a parlare dei nostri Betta splendens (è questo il loro nome scientifico); la peculiarità di questi labirintidi è l’estrema aggressività (che si riscontra già dalle prime settimane di vita) tra conspecifici, particolarmente accentuata tra gli esemplari di sesso maschile. E' questa particolarità che ha spinto gli allevatori asiatici a selezionare varietà da combattimento, incredibilmente feroci.

Ma se è vero che di due maschi in pochi litri ne rimarrà uno solo, è anche vero che se abbiamo circa 100 L a disposizione di ogni maschio e folte piante, possiamo inserirne più di uno: il più debole avrà la possibilità di fuggire e nascondersi. Ricordo che un amico, in una vasca da 600 L, ne aveva tre; appena inseriti, in effetti, qualche scaramuccia c’era stata ma, non appena stabilite le gerarchie, l’ambiente tornò tranquillo.

L’altra particolarità, che contraddistingue tutti gli appartenenti alla famiglia, è il labirinto, un organo che consente di utilizzare l’ossigeno atmosferico, quanto mai necessario a pesci che vivono in ambienti palustri e ricchi di vegetazione, dove le acque sono calde e il cui livello non è mai elevato. Anzi, esistono delle specie di Betta che superano i periodi di magra idrica, se non di siccità vera e propria, nascosti tra il fogliame umido e respirando aria; prova ne sia che anche i nostri amici, se saltano fuori dall’acqua, non muoiono per soffocamento, ma per disidratazione. Mi è capitato di separare dei maschi inserendoli in vasetti: costoro, non abituati allo spazio limitato, cercavano la libertà saltando fuori, trovando però, invece del pavimento, un piattino con un velo d'acqua, sufficiente per tenerli umidi e per permettermi, la mattina seguente di recuperarli vivi, vegeti e pimpanti più che mai.

Il Betta è, come detto, molto comune fra gli acquariofili già da diversi anni e la mia prima esperienza di riproduzione risale ad una quindicina di anni orsono.

Volevo, prima di descriverne la riproduzione, sottolineare quali sono le principali esigenze di allevamento di questi animali che, anche se robustissimi, spesso vengono totalmente ignorate.

Innanzi tutto, NON è un pesce d'acqua fredda; sopporta tranquillamente temperature dai 15 ai 35°, ma attenzione, ho detto sopporta, non che ci deve vivere; ideali sarebbero temperature oscillanti dai 22 ai 30°C.

Lo stesso dicasi per la concentrazione di sostanze azotate; sebbene sopravviva in acque dove morirebbero all’istante altri pesci, ciò non ci esime da un regolare cambio parziale e da un controllo sulle sostanze inquinanti: una concentrazione elevata di queste sostanze, tende a far regredire il meraviglioso sviluppo delle pinne dei maschi e ne riduce sensibilmente la longevità e la resistenza alle malattie.

Essendo un pesce carnivoro, abbisogna di un cibo che comprenda, oltre a quello liofilizzato o in scaglie, abbondante somministrazione di surgelati e di sostanze vegetali (zucchine bollite). Vorrei qui porre l'accento che troppo spesso si associa l’idea di surgelato ai soli chironomus; una dieta esclusiva a base di questa larva, appesantisce gli apparati digestivi di tutti i pesci facendoli, inoltre, ingrassare. Questa prelibatezza andrebbe somministrata per non più di un paio di volte la settimana, oppure per circa due settimane prima della programmata riproduzione o nelle convalescenze.

Spesso capita che esemplari appena importati disdegnino il mangime secco; sta allora alla nostra pazienza, magari con una pinzetta, indurlo ad assaggiare prima bocconi di surgelato e successivamente di secco. Solo così riusciremo a salvare i Betta inappetenti. In caso contrario, facilmente si lasciano morire di fame. Pertanto, un’attenta osservazione da parte dell’appassionato, nelle prime settimane dopo l’acquisto, è fondamentale.

L’ambiente ideale per il Betta e i labirintidi in generale è ricchissimo di vegetazione, con acqua quasi stagnante e con pesci NON vivaci, in particolare i Ciprinidi (a dispetto del suo nome, Combattente, è invece spesso perseguitato dagli altri ospiti di vaca, in particolare dai B. tetrazona e dai Brachidanio, che allegramente amano sbocconcellare le pinne) che, oltre a divertirsi con le lunghe pinne, divengono fonte di estrema competizione alimentare. Il Betta è un predatore che punta per qualche secondo il boccone, tempo questo sufficiente ai veloci Ciprinidi o Caracidi (Phenacogrammus, Hemigrammus, Petitella, ecc..) di soffiargli il boccone. Qui mi ricollego al discorso riproduttivo poiché in vasche adatte alla specie e con ricchissima vegetazione, non è improbabile che avvenga la riproduzione e che diversi avannotti sopravvivano nella vasca di comunità. A me è accaduto che tornando dalle vacanze, dopo un mese di assenza e di potatura vegetale, tra l’intrico verde e nel filtro di osservare la presenza di una dozzina di piccoli Betta lunghi quasi 1 cm, dimostrazione questa di una vasca perfettamente adatta alla vita di questi animaletti.

Se, invece, vogliamo effettuare una riproduzione razionale, è sufficiente una vaschetta di una ventina di litri e non troppo alta, un piccolo strato di ghiaietto sul fondo, 28/30°C e valori biochimici nella media (10°dGH e intorno a pH 7), anche se io ho usato pura acqua di rubinetto di Milano; sconsiglio la presenza del filtro (aspirerebbe i piccoli e creerebbe turbolenza) mentre è indispensabile una foltissima vegetazione (che tra l’altro apporta anche piccole creature, utile nutrimento per i nascituri), soprattutto galleggiante, e dei nascondigli per la femmina. Scelti i due riproduttori, possibilmente giovani (meno di 1 anno di vita) e in salute, si dovrebbero tenere separati per un paio di settimane e nutriti abbondantemente con chironomus. Ora, a seconda degli autori, vi sono diversi sistemi per l’introduzione dei riproduttori. Personalmente, non appena ho intravisto le prime bollicine, segno inequivocabile della costruzione del nido, ho inserito prima il maschio e, quando la grandezza e lo spessore della schiuma mi lasciavano supporre il termine della sua costruzione, ho inserito la femmina, con l’ovodepositore (un puntino bianco nella zona anale) ben in evidenza. Di lì ad un paio d’ore è avvenuto l’accoppiamento che, a mio modesto parere, è una delle cose più delicate, sensibili, spettacolari e poetiche che il regno animale possa regalarci. Terminato l’accoppiamento, ho tolto la femmina, mentre il maschio era indaffaratissimo con il suo “caviale” e il nido.

Una curiosità che ai più non è nota, è che anche le femmine, in mancanza dei maschi ovviamente più forti, curano la prole. Testimoni ne sono l’amico G.P. Cannata, autore anche di un libro sui Betta (disponibile presso la biblioteca GAEM) e Horst Linke; quest’ultimo afferma che il cannibalismo della femmina è dovuto ad un’aberrazione del comportamento naturale, dovuto agli anni di allevamento e selezione in cattività, un po’ come è successo alle cure parentali di molti Ciclidi allevati industrialmente.

Ma torniamo ora al nostro papà; 24/30 ore dopo la deposizione, sgusciano piccole larvette (4 mm) che, grazie ad un filamento adesivo, rimangono incollate sotto la schiuma: se qualche scapestrato si azzarda a lasciare il nido, prontamente viene raccolto nella grande bocca del maschio e riposto con cura nella morbida culla.

Dopo altri quattro giorni, gli avannotti iniziano a nuotare e a nutrirsi. Anche qui ci sono differenze fra gli autori in quanto molti affermano che si nutrono prima di infusori. Personalmente, essendo i piccoli Betta avidi predatori e leggermente più grandi dei coetanei di altri Anabantidi o Belontidi (cioè Labirintidi), ho subito provveduto a nutrirli con naupli di Artemia appena schiusi: ragazzi che bocconi!

Del tutto inutili, ai fini alimentari di questa specie, i mangimi polverizzati o liquidi che, al limite, danno una mano alla creazione di infusori e microrganismi. In ogni caso, usateli con cautela perché altamente inquinanti e non dimenticate che i pesci Combattenti neonati attaccano solo piccole creature in movimento.

Se correttamente alimentati e allevati in acqua pulita (niente filtro, ma cambi quotidiani di 1/10), dopo un mese sono lunghi 1 cm e iniziano a sviluppare il labirinto. Adesso possiamo anche provare a nutrirli con surgelati finemente tagliuzzati e tentare con il secco, senza dimenticare che i naupli sono ancora la dieta predominante. Utili sono anche piccoli anellidi, gli enchitrei.

A questo punto conviene iniziare a dividere gli esemplari più grandi, che finirebbero per divorare i fratelli minori, inserendoli o in acquario di comunità o in acquari più grandi, dove potranno svilupparsi meglio e sfogare la loro aggressività senza però arrecare danno ad altri pesci.

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