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sabato 31 luglio 2010
 
 
Le carpe Koi
Di Maurizio Vendramini - Estratto dal Notiziario GAEM 06/1998
Chi di noi non si è mai fermato a contemplare quei bellissimi giardini al cui centro risaltano come isole sull’oceano i fiori delle ninfee? Penso che tutti, prima o poi nella vita, abbiano potuto ammirare tale concentrato di tranquillità e beatitudine, lontani dal frastuono delle grandi metropoli e, francamente, viene un po’ d’invidia a pensare a coloro che possono godere da vicino del proprio giardino e del proprio laghetto.

Ebbene, questo articolo è dedicato a tutti questi fortunati, poiché parleremo della regina dei laghetti ornamentali: la variopinta carpa Koi giapponese.

Le origini e la storia, le principali varietà e la sua biologia in generale, saranno gli argomenti trattati nelle righe che seguono, con particolare riferimento agli aspetti riproduttivi e di mantenimento; inoltre, faremo ampi cenni sulle principali patologie e loro cure.

Ma andiamo subito a vedere le origini di questa specie.

Le Koi derivano sicuramente dalla Carpa comune europea (Cyprinus Carpio), la cui diffusione abbraccia quasi tutti i paesi del mondo, dove però la temperatura delle acque dolci non si abbassi eccessivamente sotto certi valori (intorno ai 20°C nella stagione calda). In ogni caso, è presente ugualmente in talune regioni della Scandinavia e del Canada. Quasi del tutto assente dalle acque dell’Asia Minore, dell’Africa e dell’Europa Meridionale (Spagna del sud, Corsica, Sicilia). Manca nella Scozia settentrionale.

In Giappone, paese che le rese popolari in tutto il mondo, i primi documenti che testimoniano la presenza delle Koi risalgono a circa 2000 anni fa; di preciso non si sa quando comparvero i primi esemplari colorati, ma sicuramente furono importati dalla Cina, dove questi pesci, insieme ai carassi, venivano allevati già parecchi secoli prima della nascita di Cristo.

Come detto poc’anzi, furono i Giapponesi a renderle famose, tanto che il termine "Koi" è appunto un vocabolo giapponese con cui però essi identificano le carpe a livello generico. Difatti, nel paese del Sol Levante, le carpe colorate vengono chiamate "Nishikigoi" mentre quelle selvatiche, o comunque non colorate, "Magoi". Solo nei paesi occidentali si continua ad utilizzare il termine "Koi" per indicare gli animali allevati a scopo ornamentale; pertanto il termine più appropriato per descrivere le carpe colorate è proprio NISHIKIGOI!

La leggenda narra che la prima carpa colorata era rossa e fu chiamata "Higoi"; mentre queste carpe venivano allevate a scopo ornamentale, comparve allora la prima carpa bianca, e fu chiamata "Shirogoi". Da un incrocio fra queste due varietà, nacque la "Kohaku", che è il classico esemplare di colore bianco e rosso. Non voglio in questa sede dilungarmi sulle infinite varietà che esistono, ma vorrei solo citare le più importanti: le Kohaku appunto, del cui colore abbiamo già parlato, le Sanke, con colori base di bianco rosso e nero (a seconda della percentuale di colore che si riscontra può cambiare il prefisso del nome; ad esempio, un esemplare con percentuale elevata di rosso si chiamerà Taisho Sanke, mentre se sarà il nero il colore predominate si chiamerà Showa Sanke, e così via).

Le Asagi (in giapponese: luce blu) hanno dorso chiaro e squame di colore blu metallico; le Utsuri, che hanno il nero come colore base, hanno diversi prefissi come Hi Utsuri (rosso su nero) o Shiro Utsuri (bianco su nero); se invece la base è bianca con nero in percentuale minore il nome è Bekko. Le Ogon hanno la particolarità di avere le squame dorsali e laterali colorate di giallo oro o grigio argento all’interno. Le varietà create di recente sono le Ghost, con corpo colorato e squame nere all’interno; sfumature nere si rilevano anche sulle pinne nonché intorno agli occhi, cosa questa che le fa apparire quasi truccate; molto belle sono anche le Butterfly, cioè le Koi con pinne a velo.

In tutte queste varietà possono comparire delle squame iridescenti a riflessi metallici; ecco che allora compare un suffisso "Gin Rin"; una Ogon con squame iridescenti si chiamerà perciò Ogon Gin Rin, una Sanke con la medesima caratteristica sarà una Sanke Gin Rin e così via. Appare inoltre ovvio che una Sanke incrociata con una Doitsu (di cui parleremo in seguito) avrà come progenie delle Doitsu Sanke, anche se a livello generale esse vengono più precisamente chiamate Doitsu Goi.

Per ultima, vorrei descrivere la cosiddetta Shusui, che a mio parere è la varietà dalle sfumature più diversificate e dai colori più intensi. Prima, però, diamo un’occhiata alle sue origini.

Nei primi del ‘900 fu importata dalla Germania una diversa varietà, la cosiddetta "Carpa a specchi", le cui peculiarità erano appunto poche grosse squame sul dorso e sui fianchi. Altro particolare era la pelle totalmente liscia e priva di squame. In Giappone chiamarono questi nuovi esemplari "Doitsu" cioè "Tedesco".

E fu proprio incrociando una Doitsu con un’Asagi che nacquero le prime Shusui (teoricamente delle Doitsu Asagi). Questo nome, che in lingua nipponica significa acqua d’autunno, deriva dal fatto che i giapponesi amano il colore arancio-rossastro che le foglie cadute nei loro laghetti danno all’acqua; colore, questo, che assomiglia incredibilmente al ventre ed ai fianchi delle Shusui. Altra prerogativa di questa varietà, sono le grandi squame sul dorso ereditate dai progenitori europei; da quelli nipponici, ha ereditato invece il blu e l’azzurro delle Asagi, che si possono riscontrare sul dorso sui fianchi e sulle pinne. Inutile dire che anche delle Shusui esistono diverse sotto varietà, a seconda delle sfumature che si possono riconoscere sul corpo e sulle pinne.

Tengo a sottolineare che tutti i nomi sopra citati non sono che una parte di quelli utilizzati dagli appassionati e durante i concorsi; rimando, quindi, più semplicemente alla bibliografia per approfondire tale argomento.

Passiamo ora a vedere gli aspetti più strettamente biologici di questi bellissimi animali, che a nomi e a prezzi non hanno nulla da invidiare agli arcinoti Discus (un campione può arrivare ad oltre 20 milioni di lire).

Le carpe Koi sono molto longeve (si conoscono esemplari anche di oltre 50 anni di età, con taglie superiori al metro di lunghezza) e la loro vita inizia da un piccolo uovo di circa un paio di millimetri di diametro deposto, a seconda delle condizioni ambientali, dagli inizi della primavera fino a circa metà Giugno. L’accoppiamento avviene generalmente fra una femmina e diversi maschi, tendenzialmente più piccoli, in modo molto evidente e rumoroso. Evidente sia per l’irrequietezza degli animali, resa palese da instancabili inseguimenti e giochi amorosi, che per il fatto che in ambienti relativamente piccoli il lattice prodotto dai maschi tende ad imbiancare l’acqua; cosa, questa, che crea non pochi problemi in quanto estremamente inquinante. Rumoroso perché i riproduttori cercano acque basse e ricche di possibili nascondigli, ad esempio piante acquatiche, dove deporre le uova, facendo in modo con dei potenti colpi di coda che una parte di esse possa aderire ad eventuali substrati emersi; infatti, in questo modo, molte uova rimangono di qualche centimetro al di sopra del pelo dell’acqua, sfuggendo così gli innumerevoli pericoli che si trovano in uno stagno. E’ sufficiente l’umidità emessa dallo specchio d’acqua stesso a mantenerle vitali.

A questo punto, la temperatura dell’acqua giuoca un ruolo importante accelerando, o ritardando, la schiusa; mediamente, a 20°C, le uova schiudono in quattro giorni. Sgusciano piccole larve con un sacco vitellino evidente, che permetterà loro la sussistenza fino a che non saranno in grado di nuotare e nutrirsi da sole, cosa questa che avviene dopo altri quattro giorni. Molto curioso è il fatto che i bulbi oculari si formano già all’interno delle uova, cosicché è possibile controllarne lo stato di maturazione. In natura, o nei laghetti, gli avannotti lunghi circa 7 mm reperiscono da soli il proprio nutrimento, costituito da microalghe ed elementi planctonici; in acquario devono essere nutriti abbondantemente e possibilmente con naupli di artemia per almeno due o tre settimane.

A questo punto avranno cosi raggiunto all’incirca i 2 cm e potranno essere nutriti con i vari cibi commerciali, meglio surgelati, fornendo sempre un menù variato e ricco di fibre e vegetali. Con un’alimentazione adeguata, alla fine dell’estate possono raggiungere i 5 ÷ 7 cm o anche più. Purtroppo, come si sa, la crescita dei pesci è legata a diversi fattori come la temperatura, lo spazio disponibile, la disponibilità di cibo ecc. Va da sé, quindi, che un animale di questo genere alla fine del primo anno di vita ha una misura variabile dai 12 ai 18 cm! Mediamente, sarà intorno ai 15. A due anni sarà intorno ai 30 cm e sui tre anni sarà intorno ai 40 cm, con una progressiva lieve riduzione di crescita man mano che l’età avanza. Ed è proprio sui due anni per i maschi e tre anni per le femmine, che le Koi diventano mature sessualmente. Voglio ricordare che sono pesci molto prolifici e che depongono circa 100.000 uova per kg di massa corporea.

Oltre all’accoppiamento naturale appena descritto, esiste un metodo artificiale, molto semplice e utile in caso di accoppiamenti per selezione: "la spremitura". E’ un sistema preso in prestito dall’ittiocultura e consiste nel catturare due riproduttori maturi, coprire con uno straccio intriso di acqua la testa e gli occhi, e spremere delicatamente i soggetti facendo fuoriuscire in un contenitore preposto i prodotti sessuali. Ovviamente, si deve agire con estrema delicatezza, con le mani bagnate per non "ustionare" la mucosa dei pesci, o meglio ancora usare dei guanti in lattice. I prodotti sessuali devono essere raccolti in un contenitore opportunamente pulito procedendo prima alla spremitura della femmina per un ventina di secondi, quindi a quella del maschio; attenzione, nel contenitore di raccolta non deve essere presente acqua, altrimenti vi è una maggiore dispersione degli spermatozoi ed un minor numero di uova fecondate. Consiglio un intervallo di spremitura di circa una ventina di secondi, perché il microscopico foro da cui entra lo sperma (micropilo) tende ad occludersi proporzionalmente al passare del tempo. In ogni caso, per noi allevatori casalinghi, un centinaio di uova sono più che sufficienti e vi assicuro che con una singola spremitura anche di una giovane femmina se ne ottengono molte di più. A questo punto, nel nostro prezioso contenitore avremo una bella poltiglia che andrà agitata per circa un minuto con una penna di fagiano o qualche cosa di similmente delicato. Ad operazione conclusa, possiamo aggiungere acqua pulita e depositare il tutto in una vasca adibita alla schiusa con la medesima acqua. Ultimo accorgimento è quello di eliminare le uova non fecondate o ammuffite tramite una pinzetta o una pipetta.

Come si vede, le Koi danno delle belle soddisfazioni, anche se per ottenere dei campioni magari ci vorranno migliaia di avannotti. Comunque, è veramente semplice mantenere questi animali; basta un laghetto di un paio di metri quadrati, una profondità di circa 80 cm (a questa profondità in inverno con la superficie ghiacciata ci sono circa 4°C) ed un nutrimento variato, che non sia assolutamente eccessivo. Anzi, oserei dire che le carpe in un laghetto equilibrato, quindi non sovraffollato, e ricco di piante, trovano da sole ciò che serve al loro sostentamento: foglioline, germogli, lumachine e gli innumerevoli insetti che cadono in acqua fanno diventare i vari cibi commerciali solo dei dessert. In ogni caso, difficilmente si avranno appassionati che tendono a non sovraffollare il proprio specchio d’acqua, e questi mangimi assumono così una notevole importanza, avendo però lo svantaggio che tenderanno inevitabilmente a far aumentare nitrati e fosfati con conseguente proliferazione algale, soprattutto in estate. Ma abbiamo anche un lato positivo: una volta abituati ad andare a pranzo, questi pesci diventano come cagnolini, venendo addirittura a mangiare dalle mani del loro allevatore. L’ora della pappa è di vitale importanza, perché è l’unico momento in cui si ha l’occasione di guardare da vicino i propri animali e verificarne lo stato di salute. Colgo l’occasione con queste righe di agganciarmi così al discorso relativo alle patologie e loro rimedi.

In effetti, non c’è molto da dire in quanto le carpe, una volta acclimatate, sono veramente robustissime, sopportando acque dove altri pesci morirebbero. Ovviamente, acqua pulita e nutrimento appropriato fanno delle nostre Koi delle specie di "Highlander" immortali; purtroppo, però, soffrono molto di stress da trasferimento.

Quindi, quando sono stressate, possono essere particolarmente soggette alle più disparate patologie: dall’Ictio alla Saprolegna, dai flagellati intestinali agli Argulus; su queste patologie non mi soffermo perché ampiamente descritte sul mio articolo "Le malattie dei pesci e loro cure" (per informazioni rivolgersi al direttivo GAEM).

In questa sede desidero soffermarmi su due gravi malattie.

La prima è la cosiddetta "viremia primaverile", che compare proprio in primavera, dopo il riposo invernale. Le cause non sono ancora chiare, ma ritengo che siano dovute principalmente ad una cattiva gestione dell’ambiente. Si presenta come grosse chiazze biancastre che si ulcerano e si allargano con il passare del tempo; se non si interviene subito, porta certamente alla morte dell’animale. Come rimedio, oltre ad un miglioramento generale delle condizioni ambientali ed igieniche, si può utilizzare il Ciprynopur della Sera, che è a base di fenoli. (in dose doppia è utile contro i metazoi, in particolare contro i Dactylogyrus nei Discus: parola di un certo Dieter Untergasser). Anche altri sistemi antibatterici danno buoni risultati. Fortunatamente, questa patologia non è cosi contagiosa come ad esempio il Costia; ho visto morire pesci rossi a decine quotidianamente e Koi di grosse dimensioni a causa di un’infestazione avanzata da parte di questo microrganismo che, oltre alla pelle, parassita, quando presente in numero elevato, anche le branchie. Se vedete le vostre Koi con le pinne chiuse, dondolanti, con la pelle opaca e la respirazione accelerata potete scommettere 100 a 1 che si tratti di Costia, accompagnata probabilmente a Trichodina e a batteriosi secondarie. Per i rimedi e maggiori informazioni al riguardo, rimando al mio articolo sopra menzionato. Ora mi limito solo a dire che si cura benissimo con una dose tripla di Mycowert della Sera (o prodotto similare) con l'aggiunta di 2 cucchiaini da te' di sale da cucina per litro d'acqua.

Sperando di essere stato utile a tutti coloro che amano il laghetto e i pesci d’acqua fredda vi saluto, ed arrivederci al prossimo articolo che parlerà degli ORANDA.

Bibliografia consigliata: KOI VARIETIES by dr. Herbert R. Axelrod - Edizioni T.F.H.

 
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